Siamo tutti diversi: l'arte di ascoltare il proprio corpo nello sport 🏃‍♂️💬

Ascoltare il proprio corpo nello sport
#VitaDaRunner - Ascoltati sempre ✨

Non siamo tutti uguali nella sfera privata, nella quotidianità, nell'aspetto e anche nelle gare di endurance. Molto simili sì, ma mai uguali. Conosco atleti che bevono solo il minimo indispensabile e non soffrono la sete, altri che non fanno colazione prima di affrontare un lungo di trenta chilometri, altri ancora che hanno forti dubbi su a che cosa servono i gel energetici e i sali minerali in gara e, nel dubbio, non li assumono.

La verità è proprio questa: siamo tutti diversi. Se io non facessi una colazione a base di pasta asciutta prima di un lungo, probabilmente mi ritroverei a fare una prestazione decisamente mediocre, e se non rispettassi l'idratazione già dal giorno prima, l'indomani passerei la maggior parte della corsa a bere già dai primi chilometri.

Grazie all'esperienza, ai chilometri percorsi, agli imprevisti affrontati e alle situazioni che hanno compromesso gare, uscite spensierate o allenamenti, ho accumulato un minimo di esperienza che mi ha aiutato – e continua a farlo – nelle situazioni in cui le cose si mettono male.

Qualche volta sono riuscito a gestire la situazione, altre decisamente un po' meno, ma capire i segnali che ci invia il corpo, riuscire ad interpretarli ed agire di conseguenza fa veramente la differenza. Fermarsi, andare avanti, oppure andare avanti ma prendendo delle decisioni e comportandosi in un determinato modo.

Ricordo fin troppo bene, per esempio, che durante la maratona di Roma – tra il diciottesimo e il ventiquattresimo chilometro prima dell'arrivo, per intenderci – cominciai ad avvertire una sensazione di stordimento, cominciai a sbadigliare, la vista cominciò a diventare annebbiata e in quel preciso istante avrei voluto fare solo una cosa: dormire.

Capite bene che se prepari una maratona per tre mesi, ti presenti allo start e sei immerso nel suo flusso, e la cosa che vorresti fare è dormire, il corpo ti sta parlando senza mezze misure. Il me di qualche anno fa si sarebbe fatto trascinare in un vortice di ansia, si sarebbe fermato o addirittura sarebbe andato avanti ignorando il segnale del cervello che, interpretando quella situazione come un pericolo, avrebbe fatto scattare il salvavita, spegnendo tutto e quindi molto probabilmente sarei semplicemente collassato.

I lunghi, gli allenamenti, l'esperienza servono proprio a questo: io quei segnali li conosco fin troppo bene. La faccio semplice: ho mangiato un pezzetto di biscotto zuccherato, parliamo proprio di un piccolo frammento, e tutto il sistema si è riattivato immediatamente. Ma solo perché io so come sono fatto, era un calo di zuccheri e il mio cervello voleva solo la conferma che non sarebbe rimasto senza continuando a quei ritmi di sforzo.

A volte capita di correre e avvertire la nausea: in quel momento l'ultima cosa a cui puoi pensare è che devi mangiare qualcosa, perché la nausea di solito ti dà la sensazione di voler buttare fuori e non mettere dentro. Eppure tante volte basta una caramella zuccherata, sforzarsi di mandarla giù, come una caramella gommosa Haribo, che tante volte mi hanno salvato la vita e la cosa si risolve.

Naturalmente non posso di certo minimizzare tutti i problemi fisici e fisiologici che si possono presentare durante lo sforzo prolungato, ma bisogna fare esperienza per conoscerci e imparare dai propri fallimenti e, perché no, anche dai propri successi. Capire il perché, come mi è successo, cosa ho fatto per risolverlo, come posso risolverlo e come evitarlo in futuro.

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